Sbagliare a…?

Ho ventitré anni, sto studiando Lingue e Letterature straniere all’Università di Torino e sono al primo anno di magistrale. Ho stretto grandi amicizie, ho imparato diversi accenti italiani grazie a tutte le persone che ho conosciuto e mi piace quello che sto studiando. Fin qui tutto bene. C’è, però, un avverbio di tempo che mi perseguita… e DOPO?

Ecco, da qui non tutto benissimo. Ogni volta che la gente mi chiede: ‘E dopo cosa farai?’ mi sale l’angoscia. Lo so, dipende tutto da me e dalla mia volontà. Di carattere, sono motivata principalmente per le cose ‘stupide’ in cui credo e che voglio realizzare, per le cose serie che ne valgono del mio futuro ho sempre avuto bisogno di una spintarella da parte di qualcuno.

C’è una canzone di uno dei miei gruppi preferiti del momento, i Thegiornalisti, che dice:

“Magari forse un giorno arriverà qualcuno che mi dica cosa fare, qualcuno che sa già come si fa”. 

Questa è la spintarella di cui parlo. Mi sembra che abbia perennemente bisogno di una motivazione che arrivi dall’esterno. Da sola non sono capace? Mi interrogo… Sicuramente, l’avere qualcuno che sproni penso faccia sempre bene… però non deve diventarne una necessità per andare avanti.

La canzone in questione, Sbagliare a vivere (viva la positività), continua così:

“Continuo a vivere come mi va, sbagliare a vivere mi piace un sacco, se vuoi ti spiego io come si fa”.

A volte ho paura. Al momento sto vivendo come mi va, senza pensare troppo al ‘e DOPO?’ ma non so quanto questo possa essere producente dal momento in cui mi manca solo più un anno alla laurea. Sbagliare a vivere è, di certo, una frase esagerata per la mia situazione, però mi fa riflettere questo testo…

Starò forse sbagliando nel fare affidamento su qualcuno che mi sproni continuamente?

Ho bisogno di qualche vostro parere,

Nina

Quanti Anni Hai?

Metti caso non ti venisse detta la tua età, tu quanti anni ti daresti?

Il mio articolo di stasera comincia così, con questo quesito. Qualche sera fa me lo stavo domandando e mi è sembrato un significante spunto di riflessione. 

Pensando a me, alla mia persona e a quello che ne è di me, faccio fatica a rispondere. O meglio, potrei rispondere in modo quasi preciso ma a seconda delle diverse situazioni

Se immagino, per esempio, Martina che sbuccia una mela o che prepara la carbonara, l’età che potrei attribuirle è sicuramente inferiore alla sua attuale. Magari 15 anni? Devo imparare a cucinare, non c’è più via di scampo… 

Ora rifletto, invece, sulla pazienza e cura che impiega Martina nel raccogliere i panni stesi o la sua ‘bravura’ nel stirare le camicie. Ecco, sicuramente una buona donna di casa. 45? Dai, meno dei cinquanta. 

Tutta questione di numeri, a volte fanno anche paura e non vogliamo pronunciarli. 

“A che ora devi tornare a casa?” Uffa. 

“Quanto pesi?” Super uffa. 

“Quando devi dare l’esame?” Che ansia. 

Ecco. Ma per l’età si può fare un’eccezione. Alla domanda iniziale con cui ho aperto l’articolo forse non so rispondere, ma credo tuttavia che non si debba aver paura della propria età e di portarsi i propri anni. Non condivido il detto: “Mai chiedere ad una donna la sua età”. Ma perché? È fonte di vergogna? Per me, invece, l’età fa di noi la nostra persona, quello che siamo diventati crescendo e maturando. È indice di crescita, non dobbiamo nosconderci dietro ad un numero. “Quanti anni hai, Marti?” – 23. 

E voi, quale età pensereste di avere immaginando di non essere a conoscenza della vostra attuale? 

Nina